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“Non possiamo passarci sopra, non possiamo passarci sotto, ci dobbiamo passare in mezzo” di Vera Pagani psicomotricista relazionale

Un albo illustrato come spunto per giocare, riflettere sul tema del coraggio e della paura, pensare ai bisogni evolutivi fondamentali

Forse il titolo dell’articolo vi suonerà familiare; è una frase tratta da un classico della letteratura per l’infanzia, premio Andersen 2013.

La narrazione, semplice e lineare di “A caccia dell’orso”, rappresenta una metafora accattivante e quanto mai immediata. Se è vero che ben poco possiamo scegliere di quanto accade attorno a noi, le pagine dell’albo ci consentono di ripercorrere uno scenario quanto mai attuale, una via obbligata, un  “passarci attraverso” come spesso capita nei momenti più bui. Negli ultimi anni sappiamo quanto le agenzie educative, l’ordine degli psicologi dell’età evolutiva e i pediatri abbiano investito sulla raccomandazione alla lettura fin da piccoli. Si stima che, oltre a sostenere i processi cognitivi emergenti (capacità di ascolto e attenzione, proprietà di linguaggio, arricchimento dell’immaginario, accrescimento del desiderio di imparare) leggere ad alta voce per loro-con loro rafforza la relazione e gli scambi affettivi.

Attraverso il libro proposto in quest’articolo possiamo inoltrarci in tre aspetti:

  1. Come giocare attraverso un albo illustrato?
  2. Riflettere sugli aspetti emotivi: abbiamo paura o angoscia?
  3. Dove sono finiti tutti? Il bisogno comunitario e le amicizie.

LEGGIAMO E GIOCHIAMO: SPUNTI OPERATIVI

I  libri per l’infanzia si presentano ricchi di illustrazioni, con una narrazione semplice e allo stesso tempo  studiata per assumere il punto di vista emotivo, affettivo e cognitivo dei bambini.

In “A caccia dell’orso”  gli scenari obbligati sono terreni con caratteristiche diverse: un conto è attraversare un prato. Un conto è attraversare un fiume, una palude, un bosco, una tundra innevata. Tutti in qualche modo ed in certa misura forniscono uno scenario concreto. In questo modo il testo si traduce in possibilità di gioco simbolico di facile accesso, arricchito da sperimentazioni sensomotorie. Ai bambini/e basta poco per immedesimarsi in uno dei personaggi ed inventare mondi immaginari in cui avventurarsi. 

Sullo spunto di “A caccia dell’orso” potremmo offrire pochi oggetti, meglio se destrutturati, come i materiali di recupero (scatole, rotoli, carta da giornale, stoffe, vecchie lenzuola etc.) in quanto facilmente trasformabili. Ovvero, non essendo già connotati dal punto di vista simbolico (come una pistola giocattolo per esempio) il materiale destrutturato consente alle bimbe e ai bimbi di attivare i loro processi simbolici, quelli che in sostanza,  li rendono in grado di fare per finta e quindi di essere e fare qualcosa per gioco.

Anche in casa è fattibile semi-strutturate un gioco con un libro-stimolo? Si tratta di organizzarsi gestendo gli spazi secondo le proprie possibilità e cercando di non riempire ulteriormente l’ambiente (visto che le nostre case sono mediamente già piuttosto stipate). Dopo la lettura definiamo quindi degli spazi, chiari e delimitati.

Questa è la casa: ad esempio un tappeto con coperte, cuscini, peluches.

Qui scorre il fiume: un lenzuolo azzurro, blu, verde mare.

La tundra innevata: vecchi giornali, carta da pacchi, stoffe.

La palude: qualche cuscino e materassino.

Il bosco: oggetti duri su cui camminare.

Il prato: i tovagliolini colorati potrebbero rendere bene l’idea.

Gli esempi sono così banali perché il punto non è stimolare, ma favorire. Saranno le piccole, i piccoli ad attivarsi con un patrimonio di creatività e fantasia che supera di gran lunga il nostro ingegno.

Un buon gioco, ovunque siamo, con le possibilità che abbiamo, si definisce sulla qualità della relazione che riusciamo a preservare di fronte ai bambini/e. 

Se consideriamo il gioco come qualcosa di più che un semplice “passatempo”, possiamo ripercorrere una prospettiva educativa che si sofferma non tanto sul tipo di gioco in sé, ma sulla “postura” dell’adulto di fronte alla bambina/o che si può riassumere  in cinque punti (F. Cartacci 2013).

  1. Facilitare: immaginare uno spazio perché i bambini/e si possano sentire sicuri e liberi di esprimersi, non troppo pieni.
  2. Osservare e stare in ascolto: non si tratta solo di controllare che non si facciano male. Osservare in modo attivo è la disposizione a sentire le emozioni in gioco nello sviluppo delle loro azioni, movimenti, verbalizzazioni, trasformazioni.
  3. Interagire e comunicare: stare nella loro tematica di gioco. Il che significa non agire in modo invasivo o eccessivamente propositivo. Si tratta di accogliere le loro inventive e parteciparvi cogliendo il filo narrativo proposto in forma di azioni, mimica facciale e gestualità in primis, ed eventualmente supportato e rafforzato dal linguaggio verbale.
  4. Contenere e regolare: pensare alcune regole fondamentali. Tutto il resto è un punto di arrivo negoziato grazie alla capacità dell’adulto (sottolineo dell’adulto) di fornire confini necessari all’introiezione dei limiti, ma non prigioni insensate dove tutto è impostato secondo dei paletti.
  5. Rispecchiare:  richiede la capacità di cogliere gli elementi significativi del messaggio del bambino/a, riconoscerli dentro di sé e rilanciarli. Questo passaggio dentro di sé, fa si che ciò che è ritrasmesso mantenga l’essenza del messaggio del piccolo interlocutore, ma ne risulti al contempo arricchito con la persona dell’adulto di fronte a lui/lei.

EMOZIONI IN GIOCO: DALL’ANGOSCIA ALLA PAURA. DALLA PAURA AL CORAGGIO. 

Un tema centrale del libro è, a mio avviso,  il coraggio. La frase “paura non abbiam” è ripetuta nel ritornello di ogni pagina. Non si intende qui valorizzare la delegittimazione della paura, tutt’altro. Piuttosto  riflettere su una rappresentazione prevalente del coraggio che lo vede ancorato ad una qualità individuale (il supereroe invincibile, per di più prevalentemente declinato al maschile)  legata ad una visione solipsistica che valorizza l’istanza narcisistica dell’Io. Interessante poter guardare il coraggio come forza emergente dalle relazioni significative. Come suggerisce il libro è la relazione di fiducia, il sentimento di legame e desiderio di alleanza che infonde quella spinta per andare oltre sino a spingersi dentro la tana dell’orso.

Anche l’orso è una suggestione efficace, incarna perfettamente il “mostro” come qualcosa di tangibile, reale, in qualche modo “fra noi”. Si può infatti sentire paura verso un oggetto determinato. L’orso può suscitare paura in quanto concreto, reale. In tutti i casi in cui, invece, non sussiste la dimensione tangibile (il pericolo c’è ma non vi vede), si parla di angoscia. Questa distinzione è molto importante, perché difficilmente una bimba/a ci dichiarerà la paura per qualcosa che non vede, però potrà sentirne angoscia. Come fanno allora i piccoli ad elaborare questi stati d’animo? Possiamo materializzare l’oggetto d’angoscia e giocare con la paura attraverso il gioco che da sempre e in tutto il mondo i bambini mettono in atto. Il gioco simbolico. Ecco l’orso, il drago, la strega, il lupo e il cattivissimo del loro cartone animato preferito. Quando diciamo che il gioco è una faccenda seria ed è “terapeutico in sé” (D. Winnicott1971) intendiamo proprio questa potenzialità di mettere in scena il proprio mondo interiore per elaborarlo e creare uno spazio trasformativo con le risorse interne e, quando necessario, con il sostegno tecnico e relazionale delle professioni specialistiche.

L’AMICO RITROVATO

E una volta di fronte all’orso, ecco la svolta narrativa, dove la  possibilità di poter tornare indietro, di rendersi conto dei propri limiti e di fare i conti con il fatto che l’unione non rende matematicamente invincibili, risuona come un messaggio prezioso. Il finale romantico vede tutti i protagonisti nello spazio confortevole e rassicurante del lettone.

 Ed è proprio questo riferimento, il lettone, a contenere un elemento chiave nell’evoluzione affettiva del bambino/a: l’intimità, pensata spesso come recintata nello spazio limitato delle relazioni familiari, risulta essere una componente essenziale dell’amicizia consentendo di differenziarla dall’accettazione come competenza sociale (J. Dunn 2006).

Dal secondo anno di vita in poi, i bambini/e raggiungono una dimensione affermativa, tale per cui iniziano a decentrarsi ed interessarsi sempre di più a quanto succede attorno a loro, e con il tempo, a proporsi da protagonisti  al di fuori del sistema familiare (M. Vecchiato 2017). Il cammino verso lo sviluppo della socializzazione li porta ad arricchire il loro mondo affettivo attraverso il sentimento di amicizia.

Fino ad un’epoca relativamente recente l’attenzione si è focalizzata sulle relazioni con i genitori e a un gruppo ristretto di relazioni interpersonali. Un recente studio sull’amicizia (Dunn 2006) condotto in vari paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Italia e in Israele) ha fatto emergere i motivi per cui gli amici sono così importanti per i bambini/e già in età prescolare,  soprattutto dal punto di vista del sostegno emotivo. Senza addentrarci nello specifico della tematica in questo articolo, possiamo segnalare “Seb e la conchiglia” in particolare, per le illustrazioni realizzate con l’antica tecnica cinese delle canne di bambù che dona uno sguardo sulla vita poetico e meditativo. Insieme alla razionalità anche questi costituiscono per l’umanità antidoti per attraversare le grotte degli orsi e ricercare dentro di noi attraverso la bellezza.

Bibliografia

J. Dunn, L’amicizia tra bambini, Raffaello Cortina 2006

F. Cartacci, Movimento e gioco al nido, Erickson 2013

C. Mencaroni, Seb e la conchiglia, Verbavolant 2018

M. Rosen, H. Oxembury, A caccia dell’orso, Mondadori 2013

M. Vecchiato, Psicomotricità relazionale, Armando Editore 2017

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